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Diventare capiservizio

By 6th ottobre, 2017 psicologo 118 No Comments

Generalemente dopo 1-2 anni di soccorso sulle ambulanze, una discreta quantità di servizi alle spalle e una buona conoscenza dei propri punti deboli e punti forti, si inizia a pensare di diventare capiservizio.
Le linee guida ci dicono che non esiste una differenza di ruolo all’interno dell’equipaggio ma nella realtà le cose sono molto diverse.
Nella vita di un soccorritore il primo anno da allievo, e la certificazione, sono impiegati per conoscere e affinare le competenze tecniche, la basi operative del soccorso e i protocolli da seguire.
Allo scadere dell’anno queste competenze sono mediamente tutte acquisite, e l’attenzione del soccorritore viene rivolta a quelle competenze che invece sono importanti nel caposervizio, prima fra tutte la leadership.
Nel percorso di nascita, crescita e consolidamento di una caposervizio che ho il piacere di seguire, assisto generalemente ad un cambiamento di prospettiva.
I neo capiservizio sono ancora molto occupati a “tenere tutto sotto controllo” i propri stati d’animo e le proprie prestazioni, nel corso dei mesi di affiancamento questa attenzione viene lentamente spostata verso i membri dell’equipaggio, questo è il primo passaggio che segna il cambiamento di ruolo.
Ogni caposervizio poi svolge il suo ruolo come meglio riesce, in linea con il suo carattere e le sue potenzialità, la leadership non è un talento ma un’abilità e come tale può essere acquisita da chiunque.
Non ultimo aspetto da valutare è la risposta che la squadra da a questo cambiamento di ruolo e quindi di equilibri, a volte la squadra “non si fida” del nuovo cs, e questo rende l’affiancamento più lungo e a volte anche più penoso.
In questi casi è fondamentale il dialogo e la sincerità e nel caso, se fosse necessario, l’intervento di una figura mediatrice che aiuta a districare equivoci e malintesi.

La forza della squadra

By 6th ottobre, 2017 psicologo 118 No Comments

Una squadra, in qualsiasi ambiente la si ritrovi, sia sportivo che manageriale, costituisce spesso una grande risorsa.
Una squadra di lavoro, per definizione, deve avere dei ruoli per definiti e ogni singolo membro deve agire per favorire il buon funzionamento della squadra stessa.
Negli equipaggi dell’ambulanza sappiamo che la squadra costituisce una variabile importante nella qualità del servizio e nella salute mentale dei suoi membri.
A salire sull’ambulanza, al massimo delle proprie possibilità, ogni squadra è costituita da un autista, un caposervizio, un milite e un allievo.
Ognuno ha il suo compito da svolgere, sappiamo che l’autista deve portarci sul luogo dell’evento, il caposervizio deve tenere le fila di tutta la situazione e nel caso prendere delle decisioni, il milite è l’assistente del cs e l’allievo deve imparare il più possibile senza intralciare i lavori.
Ma la statistica dimostra che nelle situazioni di emergenza (perfino nell’emergenza dell’emergenza) tutto si complica, la definizione dei ruoli si assottiglia, la lucidità può venir meno e le emozioni fanno il loro corso e a volte prendono il sopravvento.
In tutti questi casi la squadra è una grandissima risorsa, la somma degli individui di una squadra crea sempre un insieme, un’entità a sè che osserva, guarda, pensa e reagisce in base alle circostanze.
I punti deboli di alcuni persone possono essere “coperti” dai compagni e gli individui possono completarsi a vicenda, appartenere ad una squadra significa conoscere a fondo i suoi membri e integrare le loro risorse con le nostre (per approfondire questo tema, qui trovi il link).
Anche a me personalmente è successo durante un servizio di avere un momento di panico e il mio milite e la mia allieva mi hanno aiutata, e riportata alla realtà, questo mi ha insegnato ad usufruire sempre della squadra come risorsa durante i servizi, ma anche nella vita privata e in quella lavorativa.

Appartenere ad una squadra

By 18th settembre, 2017 psicologo 118 No Comments

Entrare a far parte di un insieme di persone è sempre un passo affascinante nella vita di ognuno, che sia un ambiente lavorativa, un’associazione sportiva o di volontariato, c’è sempre una ricaduta sulla propria vita.
Entrare in un’associazione di volontariato significa spesso condividere i valori o la mission dell’associazione stessa, identificarsi e farla nascere e crescere dentro di noi.
Generalmente l’associazione stessa è divisa in squadre e ogni squadra ha delle caratteristiche particolari, dopo qualche mese dalla formazione della squadra stessa si delinea un carattere “di squadra”, una propensione, un’identità che la distingue da tutte le altre.
Quando si appartiene ad una squadra il legame spesso viene sentito molto, ci si identifica con la squadra stessa, si appartiene ad un insieme che, nella nostra immaginazione, si prenderà cura di noi e noi a nostra nostra volta ci prenderemo cura degli altri.
Diversi studi hanno dimostrato che appartenere ad una squadra modifica sensibilmente il nostro comportamento in base alle caratteristiche della squadra stessa, aumenta degli aspetti e ne smorza degli altri.
Il senso di appartenenza è uno degli aspetti più importanti nella vita delle persone, quanto l’istinto di sopravvivenza, nei momenti difficili i contesti di appartenenza possono aiutare, consolare e tranquillizzare.
All’interno di questi contenti “alternativi” si possono trovare aspetti che nella normale vita quotidiana non riusciamo a trovare (per es. Competenza, fiducia, sicurezza)e insieme ad altre persone possiamo affrontare aspetti della vita che ci affaticano (ansia, attacchi di panico, crisi di coppia ecc).
Attenzione però a non dipenderne troppo altrimenti da risorsa possono diventare un vero e proprio problema.

Caro terremoto…

By 24th agosto, 2017 psicologo 118 No Comments

Caro terremoto,
sono appena tornata da Amatrice, sono terrorizzata.
Ero lì a prestare soccorso, ero appena arrivata per aiutare, adoro rendermi utile, mi piace sostenere le persone in momenti di difficoltà, tanto che faccio parte della protezione civile da diversi anni.
Stavo svolgendo il mio compito, avevo appena lasciato il lavoro per una settimana di congedo ed ero pronta a fare tutto ciò che la situazione richiedeva.
Ho conosciuto delle persone meravigliose, ho visto la solidarietà tra le persone, la vita, quella vera, le priorità, quelle vere.
E poi sei tornato!
Forte come la prima volta, a distruggere quello che avevi lasciato in piedi l’ultima volta, la terra ha tremato, gli edifici sono crollati, ho sentito le urla, ho respirato la paura, l’ho sentita entrare nelle vene percorrendo tutto il mio corpo fino al cuore.
Non ho mai avuto cosi tanta paura, una paura reale e forte di morire, di non rivedere più i miei parenti, i miei amici, il mio lavoro, la mia vita.
Mi è letteralmente tremata la terra sotto i piedi e sono caduta, non riuscivo a rialzarmi, con il cuore che mi esplodeva nel petto, mi sembrava di aver smesso di respirare.
Poi la terra si è fermata ed è iniziato il panico, ero li a dare una mano e a dare coraggio alla popolazione ma il coraggio aveva completamente abbandonato il mio cuore.
I giorni successivi ho fatto tutto quello che ho potuto, ho aiutato a scavare, ho dato il mio contributo nell’organizzazione, ho cercato di dare coraggio alle persone e cercavo di non pensare a te e alla tua devastazione.
Poi è finita la mia settimana e sono rientrata a casa e li ho capito che mi eri entrato in ogni cellula del mio corpo, sentivo di nuovo la terra che tremava…ovunque.
Se una macchina passava vicino alla finestra di camera mia, sentivo i vetri tremare, se mi sedevo su una sedia girevole sentivo la terra tremare, la notte la trascorrevo al buio in attesa che tu arrivassi, anche se ormai ero al sicuro. Mi sembrava di vivere un incubo dal quale non riuscivo a svegliarmi e poi ho iniziato a parlare con delle persone, a fare degli esercizi che mi aveva consigliato una psicologa a prendermi qualche giorno per tranquillizzarmi e cosi piano piano ho capito.

C’è una preghiera che recita cosi: “Signore dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare, la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare e la saggezza di distinguere la differenza tra le une e le altre”, tu sei una di quelle cose che proprio non posso controllare.
E cosi ho avuto pazienza, sono stata con i miei cari, ho rincominciato la mia via normale e piano piano la paura è andata via e ho rincominciato a guardare la vita con speranza e con il sole nel cuore.
La mia mente è tornata a quel giorno, in cui per terra ho visto la mia vita passarmi davanti e sono contenta di aver fatto l’unica cosa possibile: rialzarmi.
Ho fatto ciò che bisogna fare per combattere la paura: avere pazienza e ritornare ad avere coraggio, il coraggio di fare le piccole cose, di ritrovare le piccole gioie, di vivere con ciò che la vita ci ha donato.
Ti scrivo per dirti che quel giorno ti sei portato via tante cose e tante persone ma almeno la mia forza è rimasta con me, quella non te la lascerò mai portare via.

Collaborare con i bambini durante i servizi

By 2nd luglio, 2017 psicologo 118 No Comments

Questo post può esserti utile quando arrivi sul posto e trovi anche il figlio del paziente.
E’ una situazione delicata e potenzialmente traumatica, ecco 3 suggerimenti da tenere a mente, chiaramente nei limiti del possibile

  1. Coinvolgi da subito il bambino, cerca di parlare con lui, mettiti alla sua altezza abbassandoti fisicamente, guardalo negli occhi e rassicuralo, a seconda dell’età inoltre potrebbe essere informato sulla condizione di salute del genitore
  2. Pensa a qualcosa da fargli fare, niente di impegnativo ma qualcosa che possa farlo sentire utile e importante, puoi chiedergli di sistemare un cuscino sotto la testa della mamma, procurarti un bicchiere d’acqua, una coperta o portare le scarpe della mamma. Questo aspetto è fondamentale per evitare al bambino il trauma, l’inattività in questi casi è nemica, inoltre occuparsi del figlio rassicura il genitore
  3. Tieni a mente che il bambino sta vivendo una situazione spaventosa, di cui capisce poco e probabilmente nessuno l’ha informato, anche per lui come per tutto il resto delle persone, una condizione di cui non ha controllo e che non sa come andrà a finire genera ansia, ricorda che è in uno stato d’animo delicato ed è un soggetto da tutelare

PS: Sembra superfluo ricordarlo ma il figlio deve sempre salire in ambulanza in mancanza dell’altro genitore, un nonno o un tutore scelto dalla famiglia. Non si può lasciare un minore in casa da solo

Pazienti Pediatrici: 3 consigli utili

By 2nd luglio, 2017 psicologo 118 No Comments

Questo tipo di servizi preoccupa sempre molti soccorritori.
Si spera sempre che non arrivino mai chiamate per questa tipologia di pazienti, ma purtroppo su questo aspetto non possiamo avere il controllo né decidere.
Qui di seguito trovi 3 consigli utili che puoi utilizzare per tutti i bambini, in altri post troverai la divisione per fasce d’età.

  1. E’ importante sempre trasmettere tranquillità e sicurezza sia al bambino che ai genitori, cerca, per quanto possibile, di interagire con il bambino, fatti raccontare anche da lui come si sente, abbassati fisicamente alla sua altezza e mantieni sempre il contatto visivo quando gli parli
  2. Tenete a mente che se andate a soccorrere un bambino che ha più o meno l’età di vostro figlio, questa situazione potrebbe agitarvi, potreste sentirvi preoccupati o in qualche modo immedesimarvi nei genitori, questo sentimento è normale ma non dovete lasciarvi sopraffare; il ruolo della squadra qui è determinante
  3. Ricordate che oltre al bambino, soccorrete anche i genitori, siete davanti a due persone che hanno il terrore che stia succedendo qualcosa al figlio, non sono lucide, sono immerse nella morsa della paura, sta a voi prendervi cura di loro. Fate domande precise, non spaventateli, siate rispettosi e delicati ma fermi e autorevoli, loro si ricorderanno tutta la vita di voi.

Essere soccoritori

By 7th marzo, 2017 psicologo 118 No Comments

A volte essere un soccorritore non è semplice. Si è i primi ad arrivare sul luogo dell’evento, i primi a prestare soccorso, i primi a cercare di capire cosa sia successo e iniziare a mettere ordine. Questo fanno i soccorritori, cercando di capirci qualcosa, nel caos, nella confusione, nel panico.
Si diventa soccorritori perchè qualcosa nella nostra vita ci ha avvicinato a questa realtà e poi si trova una realtà di volontariato immensa.
Per alcuni diventa una famiglia, per altri un lavoro, di sicuro è un volontariato che cambia il nostro modo di percepire la vita.
Ad essere un soccorritore si impara qualcosa in più della vita, a metà tra il volontariato, la responsabilità, la professionalità. Viene insegnato nei corsi che non è cosi, eppure ognuno quando indossa la divisa sente la responsabilità, sente di appartenere a qualcosa di più grande che si aspetta da lui il meglio.
Essere un soccorritore vuol dire vedere cose spiacevoli, a volte sognarle la notte, vuol dire prendersi cura delle persone e poi non sapere come sono andate a finire le cose, ma vuol dire anche conoscere alcuni aspetti della vita, avere il privilegio di assistere a dei miracoli, vuol dire decidere di far parte di un ingranaggio nella speranza che questo faccia la differenza.

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