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Nanna da solo: quando e come?

By 2nd Aprile, 2019 Psicologia infantile No Comments

Nanna da solo: quando e come. A cura della Dott.ssa Erika Michielon

Il passaggio della nanna, quindi dal lettone dei genitori, alla cameretta, è un momento sempre delicato, segna la conquista di un’autonomia da parte del bambino e un momento di distacco dai genitori, in particolare della mamma (se è in corso l’allattamento al seno).

Quest’ultimo aspetto viene sempre trascurato, i genitori si concentrano sempre sul bene del bambino e si ripetono frasi come “ormai è grande, deve imparare a dormire da solo”.

Può essere vero, ma che ricaduta ha questo sui genitori? Anche per mamma e papà, il passaggio dal dormire insieme, nello stesso letto o nella stessa stanza, al vedere “quello” spazio vuoto potrebbe non essere cosi indolore.

Questo aspetto è sempre da monitorare, perchè il malessere di un genitore viene immediatamente percepito e vissuto dai figli, e a volte anche trasmesso.

Ciò detto, è vero però che è necessario che questo passaggio ci sia e che i bambini imparino a dormire nella loro cameretta e che abbiamo uno spazio tutto loro per fare la nanna.

Come terapeuta familiare ed esperta di terapia di coppia, sento l’obbligo di segnalare l’importanza di questo passaggio di autonomia, sia per l’equilibrio della coppia (da ristabilire dopo la gravidanza e il parto), sia per la salute mentale del bambino.

La nostra esperienza e numerose ricerche hanno ormai dimostrato l’importanza di stabilire un ordine all’interno della famiglia.

E’ necessario far capire al bambino che mamma e papà oltre a essere i suoi genitori, sono anche compagni di vita e che il loro posto è la camera matrimoniale; mentre il posto dei bambini è la cameretta.

Questo si è visto che nel tempo salvaguarda l’equilibrio della coppia, diminuendo il rischio di una crisi di coppia e salvaguarda anche la salute mentale dei bambini.

Ma come si aiuta un bambino a fare la nanna da solo?

Partiamo da: quando un bambino può dormire da solo?

L’età è un aspetto controverso, in alcuni ospedali, consigliano per i primi mesi di vita, di dormire insieme al bimbo, sia per una questione pratica, legata all’allattamento, ma anche perchè alcune ricerche hanno evidenziato che la vicinanza materna (l’odore materno) sia un fattore protettivo rispetto alla Sids.

Alcuni genitori però hanno paura di “schiacciare” nel sonno il bambino e quindi dopo pochi giorni o settimane, viene introdotto nella camera matrimoniale il lettino.

Ciò da cui parto quando un genitore mi chiede come abituare il bambino a dormire da solo, è che i bambini sono tutti diversi e che bisogna studiare insieme una strategia che possa andare bene per il proprio bambino.

Il rito della nanna

Sicuramente la più consigliata e più affidabile è quella di creare dei riti condivisi con i nostri bambini

  • Stabilire sempre la stessa ora per la nanna (tra le 20.30 e le 21.30). Questo aspetto è importante sia per la coppia genitoriale che cosi ha del tempo per sè, sia per il corpo del nostro bambino, che è in fase di sviluppo e che quindi durante le 10/12 ore di sonno riesce a riequilibrare le funzioni vitali.
  • Stabilire dei passaggi rituali e abituali, come fare il bagnetto, oppure lavare i piedini, mettere il pigiamino, cambiare le calzine, spazzolare i capelli, lavare i dentini, mettere la cremina sul viso o sulle manine, insomma dei gesti che indichino al bambino che il ritmo della giornata sta rallentando e che bisogna iniziare a riposare
  • leggere insieme una favola, un libro, raccontarsi come è andata la giornata. Anche questo ultimo aspetto è spesso trascurato, i genitori tendono a chiedere ai figli come è andata la giornata senza raccontare nulla della loro. I bambini sono sempre molto incuriositi da quello che fanno i genitori al lavoro, gli si può spiegare che abbiamo scritto al computer delle e-mail, abbiamo scritto delle cose sui fogli, abbiamo incontrato delle colleghe, abbiamo mangiato, magari ci siamo arrabbiati con il nostro capo o ci siamo sentiti felici a finire un lavoro. In questo modo il nostro bimbo, quando non ci siamo, potrà immaginare meglio dove ci troviamo e cosa stiamo facendo
  • pensare insieme come personalizzare la cameretta, si possono mettere fotografie, stelline luminose, adesivi, insomma qualcosa che faccia percepire a nostro figlio che esiste uno spazio tutto suo, con le sue cose preferite.
  • ricordate che potrebbe essere un passaggio graduale, potrebbe volervi vicino mentre si addormenta, potrebbe volere la luce accesa, potrebbe voler dormire con un pupazzetto, va bene tutto, cercate di capire i suoi stati d’animo e aiutatelo a fare questo importante passaggio di crescita.

Anche questo passaggio, come quello di togliere il ciuccio o il pannolino, sono fasi di crescita e vanno evitate quando c’è già un momento delicato da affrontare (l’ingresso all’asilo, nascita di un fratellino, trasferimenti ecc).

 

I genitori di Mente Sicura Kids

Questo è ciò che riportano le linee guida e i manuali, ma vediamo i nostri genitori di Mente Sicura Kids come se la sono cavata:

  • Mamma Tiziana, ha due bimbe, con la prima a 2 mesi è riuscita a metterla nella cameretta da sola (complice la perdita del pasto notturno), mentre la seconda a 7 mesi. Con l’arrivo della sorellina, la prima però faticava a dormire nella cameretta perchè “si sentiva sola”
  • Anche mamma Valeria è riuscita a mettere la sua prima bimba in camera da sola a 5 mesi, ma l’arrivo del fratellino ha modificato gli equilibri
  • Mamma Andrea, anche lei ha due bimbe, la prima dorme da sola da quando aveva 9/10 mesi, mentre la seconda a 15 mesi continua a dormire con loro per i risvegli notturni e per paura di svegliare la sorella maggiore
  • Mamma Alessandra racconta che hanno convinto il loro primo bimbo a dormire da solo dopo una vacanza al mare (aveva il letto singolo nella cameretta), il secondo invece ha ancora i risvegli notturni e inoltre il grande proprio non lo vuole nella “sua” cameretta.
  • Anche mamma Simona ha la sua bimba di 15 mesi nel lettone
  • Mamma Chiara, anche lei con due bimbi, il primo dorme da solo da quando aveva 6 mesi, mentre per il secondo, per ragioni di comodità continua a rimanere in camera con loro.

Ricorda che il tuo bambino è unico e quindi saprai tu come gestire questa delicata fase, speriamo di esserti stati utili, se hai bisogno di altri consigli o suggerimenti, o se vuoi raccontarci la tua esperienza scrivi a info@mentesicura.it

Come togliere il ciuccio

By 25th Gennaio, 2018 Psicologia infantile 1 Comment

Il ciuccio, gioia e dolori di molti genitori, per alcuni bambini rappresenta un compagno di vita, per altri invece solo un accessorio.
Di sicuro è un oggetto consolatorio in grado di tranquillizzare e calmare il bambino.
Il suo utilizzo è controverso, per alcuni specialisti è dannoso per la dentatura e per l’allattamento al seno ed è visto come un “vizio” per altri invece è un fattore protettivo per la SIDS (le morti in culla) , e aiuta a prevernire l’ansia in età adulta (abitua il bambino ad autoconsolarsi, chi soffre d’ansia non riesce a svolgere questo compito).
Indipendentemente dalle scelte per cui si introduce il ciuccio nella vita del piccolo, togliere il ciuccio è sempre un momento delicato.

Ma come fare a togliere il ciuccio?

L’esperta di psicologia infantile del nostro Studio di Psicologia Mente Sicura Dott.ssa Federica Giorgetti, si raccomanda di scegliere un momento di tranquillità del bambino.
Togliere il ciuccio, come togliere il pannolino, sono fasi di crescita del bambino e quindi vanno evitate quando c’è già un momento delicato da attraversare (ingresso all’asilo, nascita di un fratellino, trasferimenti ecc).
Inoltre non bisogna dimenticare che il ciuccio calma e consola il bambino nei momenti di crisi e quindi va individuata una strategia alternativa per sostituirlo, per esempio una coccola con i genitori, ricorrere al gioco preferito, un passeggiata al parco o quello che più piace al tuo bimbo.

Il consiglio della psicologa infantile

ciucciottoIl consiglio della nostra psicologa infantile è quello di diminuire l’utilizzo del ciuccio gradualmente (per esempio usarlo solo per la notte e mai durante il giorno) successivamente scegliere insieme e anticipatamente una data dal calendario per toglierlo del tutto (per esempio, il giorno del compleanno, l’inizio delle vacanze invernali o estive, Natale, oppure una data importante per voi ecc) e attenersi a quella.
Ogni bambino però è un universo diverso da tutti gli altri, qui di seguito trovi altre strategie per togliere il ciuccio suggerite e utilizzate dai genitori del nostro gruppo Mente Sicura Kids.

I consigli degli altri genitori

– Papà Alberto ha convinto la sua bimba a donare il ciuccio alle renne di Babbo Natale, in questo modo, come suggerisce anche mamma Simona si possono dare tutti i ciucci che ci sono in giro per casa, visto che le renne sono tante!!
– Mamma Carla lo ha appeso all’albero di Natale come regalo a Babbo Natale, che durante la notte ha portato via il ciuccio e ha lasciato dei regali
– Mamma Manuela suggerisce di attaccarlo ad un palloncino e lasciarlo andare in cielo, una vera e propria cerimonia di crescita
– A casa di mamma Elena è passato l’omino dei ciucci che durante la notte li ha portati via tutti, anche questa mamma sottolinea però l’importanza di capire quando il bambino è pronto a separarsene.
– Mamma Patty ha spiegato che il ciuccio era stato leccato dal cagnolino e quindi era inutilizzabile, il bimbo l’ha buttato via da solo
– Mamma Sara ha adottato una strategia più incisiva, ha tolto il ciuccio e via, i bimbi dopo un breve momento di tristezza poi si sono tranquillizzati e addormentati senza.
– Il bambino di mamma Valentina invece ha deciso da solo che non ne aveva più bisogno, per la vergogna di portarlo all’asilo

Ricorda che il tuo bambino è unico e quindi saprai tu come gestire questa delicata fase, speriamo di esserti stati utili, se hai bisogno di altri consigli o suggerimenti, o se vuoi raccontarci la tua esperienza scrivi a info@mentesicura.it

Come combattere lo stress

By 1st Dicembre, 2017 Benessere No Comments

Per capire come combattere lo stress, capiamo insieme cos’è lo stress e come gestirlo, partiamo da un piccolo esperimento: immaginiamo di tenere con il braccio aperto una bottiglia di acqua da due litri per 2 minuti. Faticoso? Si, forse. Sopportabile? Si. Ora immaginiamo di farlo per un’ora. Faticoso? Si. Sopportabile? Beh, dipende dalla nostra forza muscolare. Immaginiamo di farlo per 24 ore o una settimana. Faticoso? Assolutamente si e assolutamente insopportabile.
Proviamo a capire perché. Di fronte ad una situazione tipo “bottiglia d’acqua”, il nostro organismo sopporta la tensione fisica e mentale per un certo periodo di tempo, dopodiché le energie impiegate a tollerarlo, diventano eccessive, insopportabili e iniziano problemi su tutti i piani della persona: emotivo, cognitivo, fisiologico e muscolare (tensioni muscolari, tremoliì, inizierai a pensare “quanto ancora posso resistere, forza che ce la faccio, non ce la faccio più…”, rabbia, sensazione di sconforto, paura, ecc).
Ognuno di noi reagisce esattamente nello stesso modo di fronte a stimoli esterni, che vengono percepiti come stressanti: di fronte a tali stimoli vengono attivate delle risorse che ti permettono di fronteggiare lo stress e ritornare ad una situazione di calma.
Se invece la gestione della situazione comporta un eccessivo stress rispetto alle risorse disponibili in quel momento, ci si mette in una condizione di sovraccarico, si sente di “subire” qualcosa, vivendo un momento di forte inadeguatezza e incapacità.

Cosa fare allora a combattere lo stress psicofisico?

Ritornando al nostro esempio, al fine di non sovraccaricarci troppo, emotivamente, cognitivamente e fisiologicamente nel tenere la nostra “bottiglia”, possiamo attivare tutta una serie di comportamenti per alleggerirne il peso. Tali strategie possono essere molto diverse e la scelta dipende dalle nostre caratteristiche individuali e dalle risorse a cui possiamo attingere.
Partiamo da quelle più care, statisticamente parlando, agli uomini: le strategie per combattere lo stress focalizzate sul problema. Gli uomini, generalmente intraprendono azioni dirette alla soluzione del problema, sono pratici, cercano informazioni, mettono a punto un piano che facilita la soluzione, ricercano consigli utili alla risoluzione del problema, o procedono richiedendo assistenza da parte di enti o persone.
Analizziamo adesso, le strategie, invece statisticamente più care alle donne, ovvero quelle focalizzate sulle emozioni. Le donne si sa, sono più concentrate sulle emozioni e anche in questa situazione le strategie adottate vanno in questa direzione.
Una delle più comuni, è quella orientata alla ricerca di qualcuno con cui confidarsi, al fine di ottenere rassicurazione, contenimento, comprensione e supporto morale. Lo sfogo emotivo con un familiare o un amico, purchè non sia quotidiano ed eccessivamente lamentoso, può aiutarci a sentire meno il sovraccarico emotivo e alleggerisce molto la situazione problematica da affrontare. Se, per esempio, devo sostenere un esame molto importante, per cui sento l’ansia e lo stress, fisico e cognitivo, un bel pianto con un’amica o il fidanzato ci libera di quella sensazione riportandoci poi nuovamente in modo più calmo e tranquillo allo studio della materia oggetto di esame. Oppure se ho avuto una discussione in famiglia o in coppia, il confronto con un’amica può aiutare a gestire e combattere lo stress di coppia e ad avere un punto di vista differente, donando nuove risorse. Anche l’umorismo o la fede in una religione funzionano allo stesso modo. Alleggerire la giornata lavorativa con una battuta simpatica ed una risata o ironizzare sul proprio comportamento o su quello del nostro capo con un collega, o ancora dedicarsi un momento alla preghiera, per chi ha fede, facilita un processo di alleggerimento emotivo e aiutare a gestire lo stress lavorativo.

Alcune strategie per combattere lo stress da lavoro

Una strategia suggerita per gestire i sintomi da stress da lavoro è la “pianificazione”. Spesso molti pazienti arrivano in studio con problemi derivanti dalla mal gestione della quotidianità lavorativa. Sempre di più, oggi, ogni lavoratore è sottoposto ad un carico di lavoro che sente come eccessivo rispetto alle risorse disponibili. Ma quindi cosa possiamo fare? Possiamo per esempio, comperare un taccuino che porteremo sempre con noi, annotando tutte le cose che ci vengono richieste con i tempi e i modi per risolverle. In questo modo stabiliremo delle priorità e avremo la sensazione di aver maggior controllo della situazione, abbassando cosi i livelli di ansia.
In questo modo riusciamo ci sentiremo più capaci e competenti, in grado di portare a termine dei lavori e cosi, avremo un nostro momento di piccola gratificazione.
Infine possiamo approcciarci, a tecniche che vadano a modificare lo stato fisiologo di stress e agire sul sistema respiratorio, muscolare e vegetativo. Riprendendo l’esempio all’inizio dell’articolo è evidente come la reazione di stress coinvolga fortemente, oltre il piano emotivo e cognitivo quello fisiologico e posturale. Recenti ricerche mostrano infatti come in caso di uno stato di stress cronico il sistema nervoso autonomo e quello neuroendocrino e immunitario comunichino in modo disfunzionale causando un caotico attacco contro l’organismo. La conseguenza di questo è essere particolarmente soggetti ad influenze, mal di testa, amenorrea, ecc. Attualmente le tecniche volte a gestire lo stress psicofisico sono orientate ad un intervento sul sistema nervoso autonomo. Tra le tecniche più conosciute citiamo il training autogeno e la meditazione, che tende a ridurre i livelli di attivazione e quindi, attraverso strumenti e tecniche specifiche, si ottiene la capacità di arrivare ad uno stato di rilassamento profondo. Esistono diverse metodiche extra-psicologiche volte ad ottenere tale obiettivo come lo yoga e le tecniche di massaggio. O ancora tutte quelle attività individuali che agiscono sull’incremento di un maggiore benessere del nostro corpo. Per cui ritagliarsi uno spazio per prendersene cura di sé diventa necessario alla sopravvivenza psichica e fisica. A volte basta poco, se gli stimoli stressanti non sono continuativi ma sporadici. Basta un bagno caldo, fare jogging o ascoltare il nostro cantante preferito ballando anche da soli. Le tensioni muscolari e l’attività del nostro sistema nervoso ritrovano il sano e giusto equilibrio.

Come faccio se lo stress è troppo?

Ovviamente tutte le strategie di gestione dello stress citate sono funzionali se lo stress non è eccessivo, il malessere non è cronico, se le nostre risorse in quel momento della nostra vita sono a noi disponibili e se riusciamo a individuarle. Discorso a parte è la condizione di stress cronico o di mancanza di risorse atte a gestirlo. In questo caso la soluzione migliore è andare da uno  psicologo esperto che intervenga, in modo da accompagnarci verso un processo di gestione degli stress, riportandoci ad una condizione di maggiore benessere.

Attenzione alle trappole dello stress

Ci sono poi dei comportamenti, che a volte le persone adottano nei periodi di stress, che possono, alla lunga, aumentare il malessere e i disagi; alcuni esempi sono: la negazione (agire come se la situazione critica non esistesse o rifiutarne l’esistenza stessa, non pensare al problema, sperare che si risolva da solo o minimizzarla), il distacco emotivo e mentale (dormire per non pensare, “immergersi” in altre attività che sostituiscono il “pensiero”, mangiare per non pensare) ed infine quelle più pericolose come l’uso di sostanze stupefacenti o abuso di psicofarmaci e alcool (non si riesce a rilassarsi se non si beve un bicchiere di vino)
Nella nostra quotidianità, siamo costantemente sottoposti a stimoli stressanti a cui reagiamo con la classica e buona “sopportazione” che a lungo andare però provoca malessere. Ma abbiamo mai pensato a quanti di essi possono essere fronteggiati chiedendo informazioni che noi non possediamo? O adottando una delle strategie suggerite?

Imparare a gestire lo stress familiare

Un esempio comune e sempre sottovalutato è lo stress a cui costantemente è sottoposto un genitore nel gestire l’alimentazione del figlio, il sonno o tutte quelle piccole difficoltà a cui la responsabilità dello sviluppo sano del nostro bambino ci chiama. Abbiamo mai pensato a condividere la difficoltà con altri genitori? Con le maestre o con risorse familiari e sociali a nostra disposizione? Spesso un problema per noi insormontabile, per mancanza di informazioni, può essere facilmente gestibile, se chiediamo a chi lo ha già fronteggiato positivamente. E’ proprio da tale idea che nasce dalla pagina Facebook del nostro sito, il servizio gratuito “ Mente Sicura Kids”, un forum che facilita il processo di condivisione e scambi di informazioni utili a fronteggiare tutti quegli stress che concernono il ruolo genitoriale.
Se sei interessato inviaci una mail a info@mentesicura.it

I nonni

By 2nd Novembre, 2017 Terapia familiare No Comments

Le coppie generalmente non informano i propri genitori della ricerca di un bimbo, o almeno non nel dettaglio, percui, si diventa nonni un po’ per caso, non viene chiesto il consenso; il nipotino viene quindi visto come un dono.
Essere nonni è pertanto un’identità nuova, da scoprire, una nuova vita da creare.
Si può essere nonni in modo diverso: diventare nonni significa aprire un capitolo inedito della propria storia.
In questi ultimi anni l’aspettativa di vita è cresciuta in modo considerevole, la generazione precedente ha potuto godere del boom economico degli anni 80/90, c’è stato un miglioramento dello stile di vita e ora abbiamo nonni mediamente più colti e più benestanti.
In passato i figli si dovevano prendere cura dei loro genitori, una volta anziani, in questo momento storico invece spesso sono proprio loro ad aiutare economicamente i propri figli; curano i nipoti, sono protagonisti della vita familiare oltre che memoria storica della famiglia.
Sono un punto di riferimento così importante, che nei casi di separazione, sono spesso coloro che rassicurano i nipoti e permettono loro di esprimere il proprio malessere. A livello legislativo sono tutelati in modo tale che venga garantito il mantenimento del rapporto con i nipoti a prescindere dalla separazione della coppia coniugale

Quali ruoli possono assumere all’interno della famiglia rispetto ai propri nipoti

famiglia d'origine
Per esempio, parliamo di ruolo educativo quando trascorrono molto tempo insieme ai bambini, il classico esempio è quando si vive tutti sotto lo stesso tetto, oppure c’è molta vicinanza tra le abitazioni, oppure i genitori lavorano molte ora al giorno.
In questo caso, nella nostra esperienza clinica, abbiamo visto anche atteggiamenti autorevoli e responsabili volti allo sviluppo del bambino, sotto tutti i punti di vista, quindi cognitivo, emotivo, motorio e morale.

Ci sono invece nonni che sono più dei compagni di gioco per i propri nipoti, trascorrono meno tempo con loro e quindi possono essere più permissivi. Spesso questi nonni sono quelli che rivestendo un ruolo ludico, riescono a favorire la creatività e la socializzazione.

Come possono collaborare nonni e genitori?

E’ importante che ognuno rispetti il proprio ruolo e che le regole siano stabilite dai genitori. Non ne servono tante, ma devono essere chiare e condivise e quando vengono disattese, va spiegato al nipotino che si tratta di un’eccezione e mamma e papà devono sempre essere informati.
La mancata informazione dei genitori, oltre a creare disguidi ed equivoci, insegna al bambino che bisogna “mantenere un segreto” con i genitori. Questo insegnamento purtroppo può essere esteso anche ad altri contesti, per esempio la scuola, può generare confusione o addirittura essere pericoloso.
Bisogna sempre insegnare ai bambini che ai genitori si PUO’ e si DEVE dire tutto, niente segreti per i genitori.
Il dialogo, il confronto e la fiducia sono alla base di una buona collaborazione tra chi si prende cura dei bambini e permettono di dare ai piccoli dei messaggi chiari e coerenti che contribuiscono a creare sicurezza e quindi autostima.

Purtroppo, invece, soprattutto nei casi di separazione o di astio (un esempio è il famoso rapporto nuora-suocera), assistiamo a continue critiche, più o meno velate, svalutazioni, giudizi, competizioni tra gli adulti. Questo, oltre ad inasprire i rapporti tra tutti i membri ella famiglia, mettono in grosse difficoltà i bambini che non sanno più cosa possono o non possono fare e anche “da che parte stare, minando cosi la sicurezza e la serenità familiare, che invece sarebbe diritto di ogni bambino avere.
Ciò che riscontriamo nella pratica clinica è che spesso molte difficoltà sorgono quando i nonni vengono sovraccaricati dai propri figli nella cura dei nipoti; questo fa sì che si sentano investiti di una responsabilità eccessiva che genera in loro ansia e non permette di vivere a pieno il loro nuovo ruolo.

Consigli per i nonni

Il loro ruolo è quello di trasmettere hobby, passioni, ascoltare i propri nipoti, dato che hanno molto più tempo dei genitori, raccontare storie della famiglia, compiere “missioni” (es. sorprese per mamma e papà) e riscoprire con i loro nipoti il loro lato bambino!
Tutto ciò che riguarda le regole, l’educazione, permessi e divieti spetta ai genitori, i nonni possono solo (e devono) impegnarsi nel farle rispettare.
Per far sì che ciò avvenga è importante che i nonni riconoscano e approvino i propri figli come genitori, passaggio non sempre facile e che spesso comporta parecchi momenti conflittuali, ma che se ben gestiti possono diventare costruttivi.
I nonni devono seguire i principi educativi impostati dai genitori e non svalutarli agli occhi del bambino, al limite se non li condividono possono confrontarsi con i propri figli. In questo modo si crea un dialogo utile alla crescita di tutti e i nonni non vengono vissuti come persone invadenti che si vogliono sostituire a mamma e papà.

Se ti interessa questo argomento e vuoi rimanere in contatto con noi, scrivici a info@mentesicura.it

Diventare capiservizio

By 6th Ottobre, 2017 psicologo 118 No Comments

Generalemente dopo 1-2 anni di soccorso sulle ambulanze, una discreta quantità di servizi alle spalle e una buona conoscenza dei propri punti deboli e punti forti, si inizia a pensare di diventare capiservizio.
Le linee guida ci dicono che non esiste una differenza di ruolo all’interno dell’equipaggio ma nella realtà le cose sono molto diverse.
Nella vita di un soccorritore il primo anno da allievo, e la certificazione, sono impiegati per conoscere e affinare le competenze tecniche, la basi operative del soccorso e i protocolli da seguire.
Allo scadere dell’anno queste competenze sono mediamente tutte acquisite, e l’attenzione del soccorritore viene rivolta a quelle competenze che invece sono importanti nel caposervizio, prima fra tutte la leadership.
Nel percorso di nascita, crescita e consolidamento di una caposervizio che ho il piacere di seguire, assisto generalemente ad un cambiamento di prospettiva.
I neo capiservizio sono ancora molto occupati a “tenere tutto sotto controllo” i propri stati d’animo e le proprie prestazioni, nel corso dei mesi di affiancamento questa attenzione viene lentamente spostata verso i membri dell’equipaggio, questo è il primo passaggio che segna il cambiamento di ruolo.
Ogni caposervizio poi svolge il suo ruolo come meglio riesce, in linea con il suo carattere e le sue potenzialità, la leadership non è un talento ma un’abilità e come tale può essere acquisita da chiunque.
Non ultimo aspetto da valutare è la risposta che la squadra da a questo cambiamento di ruolo e quindi di equilibri, a volte la squadra “non si fida” del nuovo cs, e questo rende l’affiancamento più lungo e a volte anche più penoso.
In questi casi è fondamentale il dialogo e la sincerità e nel caso, se fosse necessario, l’intervento di una figura mediatrice che aiuta a districare equivoci e malintesi.

La forza della squadra

By 6th Ottobre, 2017 psicologo 118 No Comments

Una squadra, in qualsiasi ambiente la si ritrovi, sia sportivo che manageriale, costituisce spesso una grande risorsa.
Una squadra di lavoro, per definizione, deve avere dei ruoli per definiti e ogni singolo membro deve agire per favorire il buon funzionamento della squadra stessa.
Negli equipaggi dell’ambulanza sappiamo che la squadra costituisce una variabile importante nella qualità del servizio e nella salute mentale dei suoi membri.
A salire sull’ambulanza, al massimo delle proprie possibilità, ogni squadra è costituita da un autista, un caposervizio, un milite e un allievo.
Ognuno ha il suo compito da svolgere, sappiamo che l’autista deve portarci sul luogo dell’evento, il caposervizio deve tenere le fila di tutta la situazione e nel caso prendere delle decisioni, il milite è l’assistente del cs e l’allievo deve imparare il più possibile senza intralciare i lavori.
Ma la statistica dimostra che nelle situazioni di emergenza (perfino nell’emergenza dell’emergenza) tutto si complica, la definizione dei ruoli si assottiglia, la lucidità può venir meno e le emozioni fanno il loro corso e a volte prendono il sopravvento.
In tutti questi casi la squadra è una grandissima risorsa, la somma degli individui di una squadra crea sempre un insieme, un’entità a sè che osserva, guarda, pensa e reagisce in base alle circostanze.
I punti deboli di alcuni persone possono essere “coperti” dai compagni e gli individui possono completarsi a vicenda, appartenere ad una squadra significa conoscere a fondo i suoi membri e integrare le loro risorse con le nostre (per approfondire questo tema, qui trovi il link).
Anche a me personalmente è successo durante un servizio di avere un momento di panico e il mio milite e la mia allieva mi hanno aiutata, e riportata alla realtà, questo mi ha insegnato ad usufruire sempre della squadra come risorsa durante i servizi, ma anche nella vita privata e in quella lavorativa.

Appartenere ad una squadra

By 18th Settembre, 2017 psicologo 118 No Comments

Entrare a far parte di un insieme di persone è sempre un passo affascinante nella vita di ognuno, che sia un ambiente lavorativa, un’associazione sportiva o di volontariato, c’è sempre una ricaduta sulla propria vita.
Entrare in un’associazione di volontariato significa spesso condividere i valori o la mission dell’associazione stessa, identificarsi e farla nascere e crescere dentro di noi.
Generalmente l’associazione stessa è divisa in squadre e ogni squadra ha delle caratteristiche particolari, dopo qualche mese dalla formazione della squadra stessa si delinea un carattere “di squadra”, una propensione, un’identità che la distingue da tutte le altre.
Quando si appartiene ad una squadra il legame spesso viene sentito molto, ci si identifica con la squadra stessa, si appartiene ad un insieme che, nella nostra immaginazione, si prenderà cura di noi e noi a nostra nostra volta ci prenderemo cura degli altri.
Diversi studi hanno dimostrato che appartenere ad una squadra modifica sensibilmente il nostro comportamento in base alle caratteristiche della squadra stessa, aumenta degli aspetti e ne smorza degli altri.
Il senso di appartenenza è uno degli aspetti più importanti nella vita delle persone, quanto l’istinto di sopravvivenza, nei momenti difficili i contesti di appartenenza possono aiutare, consolare e tranquillizzare.
All’interno di questi contenti “alternativi” si possono trovare aspetti che nella normale vita quotidiana non riusciamo a trovare (per es. Competenza, fiducia, sicurezza)e insieme ad altre persone possiamo affrontare aspetti della vita che ci affaticano (ansia, attacchi di panico, crisi di coppia ecc).
Attenzione però a non dipenderne troppo altrimenti da risorsa possono diventare un vero e proprio problema.

Crisi nella coppia moderna

By 28th Agosto, 2017 Terapia di coppia No Comments

Nella creazione di una coppia, giocano molti fattori, molti dei quali sono sicuramente inconsci e imprevedibili.
Spesso ci si innamora di qualcuno che non avremmo mai immaginato nei nostri sogni, o ci attraggono atteggiamenti o caratteri e non sappiamo darci una spiegazione.
In questi ultimi anni, il concetto di unione si è modificato nel tempo, i matrimoni dei nostri nonni non esistono più e sono costantemente guardati con sospetto.
Il mondo ora è diviso in due, in occidente si passa attraverso l’innamoramento e si crea un legame, mentre in oriente le unioni sono spesso regolamentate dai matrimoni combinati, in cui si chiede ai coniugi di costruire insieme l’amore e la fiducia.
Nella nostra società però, ultimamente i matrimoni, le convivenze o comunque le unioni, a volte assumono le sembianze di artefatti, di semplici convivenze tra due estranei.
Tralasciando ciò che succede in altre culture, si è passati da un polo all’altro rispetto alla realtà vissuta dai nostri nonni.
In realtà però il principio su cui si creano le coppie è sempre lo stesso e dev’essere il desiderio di entrambi di creare un legame, un’unione che sia per sempre.

matrimonio in crisi

Qual’è il problema delle coppie di oggi?

Al giorno d’oggi molte persone vivono questa realtà come limitante e troppo vincolante, non rendendosi conto che una buona coppia può diventare arricchente e profonda soprattutto per il singolo.
Molto spesso troviamo matrimoni o convivenze in cui manca completamente l’investimento reciproco con l’altro, questo rende ciascun membro sostanzialmente solo e crea le condizioni per una crisi di coppia.
Capite bene che in questi casi i tradimenti sono all’ordine del giorno, in queste coppie l’idea di avere un legame privilegiato con qualcuno non esiste e quindi viene a mancare la cura e il rispetto per l’altro.
Una precisazione va fatta anche per quelle coppie che decidono di stare insieme per interessi economici, sociali o emotivi; anche in questo caso la coppia in realtà non esiste. L’altro è vissuto come qualcuno che possiede qualcosa, finanziariamente, socialmente o come persona di successo e lo stare insieme è finalizzato solo ad avere qualcosa di utile; concetto ben lontano da un’unione di coppia duratura.

Nelle terapie di coppia che svolgiamo nel nostro Studio, molto spesso ci troviamo a sfatare miti o pregiudizi, cerchiamo di capire insieme che fattori hanno fatto innamorare e hanno permesso di creare un legame e se si è riluttanti ad investire nell’altro per ragioni da ricercare nel passato. Inoltre lavoriamo molto sull’unicità degli individui della coppia e sulla coppia stessa, anche perchè la nostra società ci fa credere di essere tutti uguali ma nella realtà ogni essere umano è unico e inimitabile e cosi la coppia che forma.

Se vuoi rimanere in contatto con noi e approfondire questi argomenti manda una mail a info@mentesicura.it

Caro terremoto…

By 24th Agosto, 2017 psicologo 118 No Comments

Caro terremoto,
sono appena tornata da Amatrice, sono terrorizzata.
Ero lì a prestare soccorso, ero appena arrivata per aiutare, adoro rendermi utile, mi piace sostenere le persone in momenti di difficoltà, tanto che faccio parte della protezione civile da diversi anni.
Stavo svolgendo il mio compito, avevo appena lasciato il lavoro per una settimana di congedo ed ero pronta a fare tutto ciò che la situazione richiedeva.
Ho conosciuto delle persone meravigliose, ho visto la solidarietà tra le persone, la vita, quella vera, le priorità, quelle vere.
E poi sei tornato!
Forte come la prima volta, a distruggere quello che avevi lasciato in piedi l’ultima volta, la terra ha tremato, gli edifici sono crollati, ho sentito le urla, ho respirato la paura, l’ho sentita entrare nelle vene percorrendo tutto il mio corpo fino al cuore.
Non ho mai avuto cosi tanta paura, una paura reale e forte di morire, di non rivedere più i miei parenti, i miei amici, il mio lavoro, la mia vita.
Mi è letteralmente tremata la terra sotto i piedi e sono caduta, non riuscivo a rialzarmi, con il cuore che mi esplodeva nel petto, mi sembrava di aver smesso di respirare.
Poi la terra si è fermata ed è iniziato il panico, ero li a dare una mano e a dare coraggio alla popolazione ma il coraggio aveva completamente abbandonato il mio cuore.
I giorni successivi ho fatto tutto quello che ho potuto, ho aiutato a scavare, ho dato il mio contributo nell’organizzazione, ho cercato di dare coraggio alle persone e cercavo di non pensare a te e alla tua devastazione.
Poi è finita la mia settimana e sono rientrata a casa e li ho capito che mi eri entrato in ogni cellula del mio corpo, sentivo di nuovo la terra che tremava…ovunque.
Se una macchina passava vicino alla finestra di camera mia, sentivo i vetri tremare, se mi sedevo su una sedia girevole sentivo la terra tremare, la notte la trascorrevo al buio in attesa che tu arrivassi, anche se ormai ero al sicuro. Mi sembrava di vivere un incubo dal quale non riuscivo a svegliarmi e poi ho iniziato a parlare con delle persone, a fare degli esercizi che mi aveva consigliato una psicologa a prendermi qualche giorno per tranquillizzarmi e cosi piano piano ho capito.

C’è una preghiera che recita cosi: “Signore dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare, la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare e la saggezza di distinguere la differenza tra le une e le altre”, tu sei una di quelle cose che proprio non posso controllare.
E cosi ho avuto pazienza, sono stata con i miei cari, ho rincominciato la mia via normale e piano piano la paura è andata via e ho rincominciato a guardare la vita con speranza e con il sole nel cuore.
La mia mente è tornata a quel giorno, in cui per terra ho visto la mia vita passarmi davanti e sono contenta di aver fatto l’unica cosa possibile: rialzarmi.
Ho fatto ciò che bisogna fare per combattere la paura: avere pazienza e ritornare ad avere coraggio, il coraggio di fare le piccole cose, di ritrovare le piccole gioie, di vivere con ciò che la vita ci ha donato.
Ti scrivo per dirti che quel giorno ti sei portato via tante cose e tante persone ma almeno la mia forza è rimasta con me, quella non te la lascerò mai portare via.

Cosa sono le emozioni?

By 4th Agosto, 2017 Benessere No Comments

E’ dal 1884 che l’uomo si chiede in modo consapevole: ““What is an emotion?”
E’ a questa domanda che cercherò di rispondere in questo articolo, che diventerà una preziosa guida per tutti gli adulti che stanno cercando di imparare a gestire le proprie emozioni e anche per tutti quei genitori alle prese con i propri figli, per uscire indenni dai tanto temuti capricci e per aiutarli a diventare emotivamente intelligenti.

Cos’è un’emozione?


L’emozione è un fenomeno composto da più aspetti, che ha il compito di gestire il continuo scambio tra l’individuo e ciò che lo circonda.

Le diverse componenti delle emozioni sono:

– cognitive, ovvero come valuto ciò che mi sta succedendo

– affettive, come valuto se una sensazione è piacevole o spiacevole

– fisiologiche, come ad esempio l’aumento del battito cardiaco o della respirazione

– espressive, a livello facciale, vocale o postulare

– tendenza all’azione, ovvero come comportarsi in seguito all’emozione provata (ad esempio, quando mi sento arrabbiato resto per un confronto o mi allontano per sbollire?)

innamoramento

Quali emozioni provano i bambini?

Le emozioni ci accompagnano durante l’intero corso della nostra vita, a partire dalle prime reazioni emotive presenti fin dalla nascita.
Nel primo anno di vita è possibile riconoscere nel bambino le emozioni cosiddette “di base”: gioia, rabbia, disgusto, sorpresa, disprezzo, paura e tristezza.
Successivamente, durante il secondo anno di vita compaiono le emozioni “complesse”, ovvero timidezza, colpa, vergogne, orgoglio ed invidia, il cui sviluppo si completa intorno ai tre anni.

Come aiutare i bambini a gestire le loro emozioni?

E’ importante educare i bambini alla propria intelligenza emotiva, aiutandoli a:

1. dare un nome alle emozioni (esempio: “vedo che sei arrabbiato”)

2. riconoscere il modo in cui le emozioni si esprimono attraverso il corpo (esempio: “sei tutto rosso in viso, credo che tu sia arrabbiato”)

3. verbalizzare la situazione e la vera questione emotiva (esempio: “stai piangendo, mi dici che non vuoi andare a scuola, ma forse vorresti stare di più con la mamma”)
arrabbiatura

E’ possibile per un adulto gestire le emozioni?

Tra i tanti modelli in letteratura, vi propongo quello di Gross, che mostra 5 possibili modi, per essere più consapevoli delle emozioni che si provano:

1. ricordati di scegliere i posti in cui andare, può sembrare banale ma spesso non stiamo attenti alla situazione in cui ci andiamo a mettere, ritrovandoci poi spesso in balia di emozioni che sembrano “inaspettate” ma che in realtà si potevano prevedere

2. modifica le situazioni scomode, posso fare attenzione a delle situazione che generano ansia, nel momento in cui divento consapevole di cosa mi sta procurando quel tipo di emozione, posso decidere di fare qualcosa, ad esempio di allontanarmi.

3. distraiti, oppure, concentra le tue energie su altre persone o comportamenti

4. cambia il punto di vista, ad esempio prova a chiederti: “cosa posso imparare da questa esperienza?”

5. cambia consapevolmente le risposte fisiologiche, attraverso ad esempio tecniche di rilassamento, di respirazione, e modifica le espressioni facciali (se ti senti triste, prova a fare un sorriso e ti sentirai meglio)

Se hai dei dubbi e hai bisogno di un consulto per qualche situazione spiacevole che stai vivendo contattaci al 3398313207 o inviaci una e-mail al info@mentesicura.it

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